Un soulslike che si ispira parecchio ai suoi simili, alla ricerca di un'identità trovata solo in parte

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Bloodborne, NiOh, Lords Of The Fallen e, a modo suo, Salt & Sanctuary. Cos’hanno in comune tutti questi titoli? Il giocatore più esperto nelle terminologie dei generi odierni potrebbe dire “Sono dei soulslike!”, e non avrebbe affatto torto. Termine non certo carissimo a tutta la comunità videoludica, Soulslike sta a indicare una rielaborazione del genere action-RPG che prende chiara ispirazione dalla serie dei Souls, trilogia-evento (“tetralogia”, se si conta anche Demon’s) sviluppata da From Software che ha saputo dare il via a una nuova tendenza nello sviluppo di videogiochi dall’alto tasso di difficoltà.

Quella dei Soulslike è una tendenza tipicamente odierna, sviluppatasi, appunto, da solo qualche anno a questa parte. Come sappiamo, però, il mercato indipendente è ghiotto di novità, ed era inevitabile che il nuovo genere arrivasse a toccare anche quei lidi, che si fanno sempre più sperimentali ogni anno. In questo contesto è nato Immortal Planet, una piccola produzione indipendente sviluppata e pubblicata da teedoubleuGAMES, e ora disponibile in esclusiva su PC al prezzo di €14,99.

Immortal Planet presenta tutte le caratteristiche tipiche del nuovo “genere” soulslike: una crescita esperienziale del personaggio, statistiche da portare avanti, armi/oggetti/incantesimi da trovare, una lore nascosta e – soprattutto – un altissimo tasso di difficoltà che metterà a dura prova le capacità del giocatore medio. Ma, nella sua indiscutibilmente apprezzabile ambizione, non è affatto scontato che Immortal Planet abbia fatto tutto in maniera impeccabile.



Il Pianeta Immortale

 

“Sono in molti a parlare del pianeta di ghiaccio.

Ancora di più, quelli che lo cercano.

Ma nessuno conosce la verità sugli Immortali…”

Con queste tre, semplici frasi, Immortal Planet dà un caldo benvenuto al giocatore subito dopo aver iniziato una nuova partita. Secondo una tipica tradizione soulsiana, non ci viene detto assolutamente nulla sul nostro personaggio, sul nostro scopo o sul luogo in cui saremo inseriti: tutto quello che sappiamo è che impersoniamo uno strano umanoide con una maschera sul volto, risvegliatosi da un sonno in una camera criogenica con un’arma e una preziosa reliquia. Uno strano e minaccioso individuo (lo Sleepless Outcast) ci dirà di esserci svegliati “in ritardo” e di aver mancato l’Apocalisse; ci consiglierà quindi di tornare a dormire, perché “nulla di buono verrà fuori dal nostro viaggio” se decidiamo di continuare. Noi, ovviamente, lo ignoreremo e andremo avanti per la nostra strada.

Con una spada in mano e un gran numero di domande nel cuore, il nostro anonimo protagonista inizierà quindi il suo viaggio verso il cuore del Pianeta, sconfiggendo nemici più o meno massicci ed esplorando gli strani ambienti in rovina della cittadella. Scopriremo ben presto di appartenere alla razza degli Immortali, una specie dominante sul Pianeta, che trae la propria immortalità dal ghiaccio che compone il corpo celeste stesso. Poco o nulla ci verrà detto sulla storia dagli altri personaggi non giocanti, che si limiteranno a parlare per enigmi e per impliciti tramite dialoghi scritti con cura indiscutibile. Se vi ricorda lo stile narrativo dei vari Dark Souls, siete sulla strada giusta: il nostro personaggio sembra, senza troppi giri di parole, una versione sci-fi del Chosen Undead, un prescelto misterioso calato in un mondo post-apocalittico a cui viene dato il compito di risolvere una serie di problemi. E, come in ogni soulslike che si rispetti, la trama viene narrata principalmente attraverso le descrizioni dei nemici nel Compendium, le armi, gli oggetti e gli incantesimi: per comprendere la natura del Pianeta e i motivi che hanno portato gli Immortali alla distruzione, è necessario andare oltre la semplice esperienza di gameplay proposta dagli sviluppatori, spingendosi fino a esplorare tutto il leggibile all’interno del gioco.

E ne varrà assolutamente la pena: la lore di Immortal Planet è di facile comprensione ed estremamente affascinante, e mette in gioco lotte di potere, ambizioni, tradimenti e anche una buona dose di mistero. E, soprattutto, è un espediente narrativo utile a giustificare tutte le scelte di gameplay architettate dagli sviluppatori.

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Basti dare un’occhiata all’immagine poco sopra: il nostro personaggio sarà un Immortale, e dunque per lui sarà impossibile morire. La salute non è altro che la quantità di dolore che può sopportare prima di tramutarsi in ghiaccio e tornare al Pianeta, per poi essere semplicemente ri-assemblato nella sua forma originaria al Cryopod più vicino, l’ultimo in cui avrà riposato. Se dovesse “tornare al ghiaccio”, tuttavia, l’Immortale perderà tutta l’Esperienza accumulata, che nel gioco viene descritta come “la mole di ricordi e pratiche accumulate nel corso della sua esistenza”, una sorta di moneta che gli Immortali si scambiano per lenire la sofferenza data dal loro eterno esistere (sì, la quantità di dramma in questo gioco è incredibile). Insomma, praticamente ogni scelta di gameplay viene giustificata da una descrizione o da un elemento della lore, dalle armi alle statistiche, dagli incantesimi agli oggetti trovati in giro; senza dubbio, un elemento di forte particolarità.

Quando si passa al comparto gameplay vero e proprio, tuttavia, iniziano ad arrivare i primi problemi.

 

Holy Wars… The Punishment Due

 

Come è facile intuire, il gameplay si basa fortemente su una barra della stamina e una barra della salute, entrambe fondamentali per sopravvivere agli scontri con i vari nemici. Il primo impatto con il gioco è, ovviamente, molto traumatico, nel senso che il giocatore dovrà abituarsi parecchio alla quantità di danni inflitti e ricevuti, entrando gradualmente nel sistema di bilanciamento architettato dagli sviluppatori. Una volta afferrate le basi del gameplay, comunque, ogni nemico “base” sarà relativamente facile da sconfiggere, e sarà sufficiente studiare i suoi approcci e i suoi attacchi per capire il modo migliore per affrontarlo. A questo proposito, una feature interessante corre in soccorso del giocatore: come il nostro protagonista, ogni avversario sarà dotato di una barra della resistenza che si consumerà sempre più ad ogni attacco sferrato. Una volta superata una soglia minima, il giocatore potrà effettuare un “dash” (una rapida schivata) contro l’avversario, stordendolo per qualche secondo e rendendolo vulnerabile alle combo. Sarà inoltre necessario “leggere” l’ambiente circostante, cercando di intuire il modo migliore per affrontare un nemico in base ai movimenti da compiere: spesso, infatti, sarà possibile utilizzare questa stessa tecnica per spingere un avversario in un baratro, sconfiggendolo all’istante senza troppi problemi.

Un gameplay che funziona, insomma, e che consente una varietà di approcci abbastanza alta da non annoiare il giocatore contro gli scontri normali. I problemi, tuttavia, giungono soprattutto agli scontri coi boss: nel gioco ci saranno all’incirca cinque boss (uno per ogni livello), e molti di essi dovranno essere affrontati due volte per completare la loro zona di riferimento. Il punto è che il bilanciamento tra nemici “base” e boss è completamente sfalsato: basta un singolo errore contro pressoché qualunque nemico per correre incontro a una morte quasi certa, ma questo aspetto si ripropone anche contro i boss, che spesso hanno degli attacchi eccessivamente potenti o delle combo fatali a cui è difficilissimo sfuggire. La loro resistenza ai danni, inoltre, è spesso molto maggiorata rispetto ai nemici base, e svuotare le loro barre dell’energia sarà letteralmente un’impresa titanica. Il risultato è semplice: Immortal Planet risulta divertente finché non si raggiunge un boss, dopodiché diventa semplicemente troppo punitivo. L’esperienza di gioco vanta una durata complessiva di circa 10 ore, ma almeno la metà di esse sarà passata a correre attraverso le ambientazioni per raggiungere il boss, raccogliendo alcune cure di riserva lungo la via; ben presto, questa formula si rivela essere ripetitiva e frustrante, dal momento che spesso basterà un singolo errore per essere rovinosamente sconfitti dal boss di turno. Se a questo si aggiunge il fatto che è assolutamente possibile morire anche contro i nemici base per una semplice distrazione (e che, come nei vari Souls, morire due volte prima di raggiungere il proprio cadavere fa sparire per sempre tutta l’esperienza accumulata), non è difficile immaginare quanti Santi il sottoscritto si sia inimicato per scrivere questa recensione. Un tale livello di difficoltà, non lo neghiamo, sa essere certamente piacevole, a tratti; ma solo se non ti punisce per i motivi sbagliati.


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Un’esperienza derivata, non priva di difetti

 

Quando si passa a dare un’occhiata al comparto artistico, per fortuna, non si può che promuovere l’impegno dimostrato dagli sviluppatori nella costruzione di Immortal Planet: il gioco si sviluppa interamente con una visuale isometrica fissa, con un leggerissimo motore grafico in cel-shading che conferisce al tutto un piacevole effetto “fumetto”. L’immagine è interamente animata, senza eccezioni e senza elementi renderizzati; il risultato è un’esperienza visiva apprezzabile, che non stanca l’occhio e che può tranquillamente girare anche sulle macchine meno performanti. Il vero problema di Immortal Planet, dunque, non sta sicuramente nella sua componente tecnica, curata fino in fondo anche a livello di codice.

Fin da subito, è evidente che Immortal Planet non è altro che un’opera derivata, alla disperata ricerca di un’identità che non riesce a conquistare fino in fondo. Il nostro personaggio, come già anticipato, è indubbiamente una versione sci-fi del Chosen Undead, il sistema di progressione del personaggio non ha nulla di innovativo, e persino il Compendium che si sblocca uccidendo i nemici più volte è stato già utilizzato in NiOh. Dalla sua, la produzione di teedoubleuGAMES ha il pregio di aver saputo prendere il meglio da buona parte dei soulslike già esistenti, costruendo comunque una lore e un mondo di gioco affascinanti a modo proprio; quando si tratta di mettere il giocatore alle prese coi nemici, tuttavia, Immortal Planet pecca di ambizione, rendendo ogni scontro eccessivamente complesso e frustrante per il solo gusto di farlo, e comunque mai ricompensando il giocatore a dovere. Dopo un paio di boss tutto sommato gestibili, chi gioca sarà messo alle prese con nemici finali dalle “fasi” sempre più ingiuste, durante le quali il minimo errore potrebbe costarci la partita; e sembra lecito chiedersi, arrivati a quel punto, se l’enorme difficoltà non sia stata solo un espediente per aumentare la longevità del titolo, che altrimenti si sarebbe assestata intorno alle 6 ore scarse.

Nel complesso, Immortal Planet è un’esperienza comunque niente male, che riesce a intrattenere gli amanti dei soulslike e che sicuramente è in grado di dare più di qualche soddisfazione a chi cerca una sfida un pelo più consistente. Non un capolavoro, senza dubbio; ma questo non vuol dire che sia un gioco interamente da buttare.

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- Antonino "Mr. Wolf" Lupo